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Articolo - Perchè occuparsi di una Nuova Educazione oggi è la priorità (I parte)

Rielaborazioni personali dalle letture di testi di Mauro Scardovelli, Claudio Naranjo e Valentino Giacomin. 

Perché occuparsi di Educazione, in periodo di crisi? Facendo pure riferimento a dimensioni ormai così obsolete come le arti (ai margini dei curriculum didattici) e la spiritualità (che in una scuola laica no-non-nominatela-neppure)? Non andiamo un po’ fuori tema?

Che poi, oggi,

in cui esplodono bombe in nome “della Religione” tanto che, per “tolleranza della diversità”, manco i canti di Natale è meglio intonare,

in cui l’eccessivo sfruttamento del nostro pianeta ha crea effetti irreversibili sul piano climatico ed ambientale,

in cui la crisi economico-finanziaria dilagante mette in ginocchio i paesi del nuovo mondo globale e toglie ogni prospettiva alle nuove generazioni,

non ci sono forse cose “più urgenti di cui parlare”?

No. Perché occuparsi di Educazione vuol dire parlare dello strumento attraverso il quale si formano le persone e nulla è più urgente, oggi, della ricerca di mezzi più efficaci di quelli attuali per promuovere il cambiamento del sistema di vita sinora adottato della società moderna, che si è dimostrato non solo inadeguato ma persino dannoso: per le persone, per i paesi e per l’ambiente. Il cambiamento, quello vero, deve venire dal basso, non dai vertici governativi: deve coinvolgere non qualcuno ma ciascuno.

Concordano con questa visione alcuni dei modelli pedagogici più evoluti, che hanno già ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali per i propri meriti in campo educativo. Sto parlando del Alice Project Universal Education Schools fondata da Valentino Giacomin e del SAT, il programma di formazione per lo sviluppo personale e professionale ideato da Claudio Naranjo.

 

 La cassetta degli attrezzi per leggere la realtà…

“E’ veramente folle che il sistema educativo
 si occupi tanto di informazione
 trascurando però lo sviluppo umano”

(C. Naranjo)

  

La scuola fornisce quella “cassetta degli attrezzi” da cui le persone pescano gli strumenti per dare senso alle proprie esperienze. Questi strumenti non sono altro che idee e valori. Tra le principali idee del nostro secolo, presupposti della pedagogia tradizionale, ci sono:

- la concezione atomistica dei fenomeni, considerati come disgiunti gli uni dagli altri, cui conseguono l’iper frammentazione dei saperi e la visione dualistica mente-corpo;

- la supremazia della visione materialista e meccanicista della realtà - nonostante le scoperte della fisica quantistica che hanno stravolto l’idea che la realtà si riduca alla materia visibile e riformulato radicalmente il concetto di vuoto, di spazio-tempo e di causa effetto;

- il valore del progresso lineare (cui consegue l’utopia consumistica della possibilità di una crescita infinita in un pianeta con risorse finite) e libertà (trasmessa però a braccetto coi concetti di competitività e individualismo).

La crisi ecologica, quella economica e quella socio-morale di oggi non sono che la conseguenza del modo in cui abbiamo significato la nostra esperienza sinora: tutte affondano le radici nella moderna visione materialista e utilitaristica della realtà. Non possiamo che dedurne che la nostra cassetta non contiene strumenti abbastanza funzionali: le idee attraverso cui interpretiamo la realtà e i valori attraverso i quali diamo senso della nostra vita devono cambiare.

Bisogna cambiare il terreno in cui piantiamo le nostre radici, di modo che smettano di succhiare linfa da valori instabili e mutevoli come il successo sociale ed economico, e si radichino invece nei grandi valori come la connessione con il proprio sé profondo e con gli altri esseri viventi. La fisica quantistica, le scienze matematiche, l’economia, la biologia e persino la psicologia hanno già ampiamente dimostrato che fenomeni sono per natura unitari e interdipendenti. Se è così, l’idea che un paese possa crescere a spese di un altro o a spese della natura stessa non è solo un “mis-understanding”: è una pericolosa follia. Non solo i fenomeni esterni non sono separati, ma anche il dualismo mente-corpo è un’illusione: il mio modo di guardare la realtà non la lascia mai immutata! Se è così, la mia felicità non dipende dall’esterno, dal mio lavoro o dai miei guadagni, ma è piuttosto uno stato mentale, un modo di guardare alla realtà al quale non siamo stati – per l’appunto – adeguatamente educati.

 

Perché educare alla felicità?

Già, perché tra i fini dell’educazione la felicità non è contemplata. Anzi, secondo Claudio Naranjo (psicologo, psichiatria, musicista e filosofo recentemente nominato per il Premio Nobel per la Pace) “L’Educazione spesso è processo di addomesticamento che ci fa perdere l’allegria”. A parere degli antichi Greci, invece, la paideia era un aspetto fondamentale non solo per lo sviluppo socio-politico ma psico-sociale dell’essere umano, aspetti per altro non considerati separati. E perché aspirare a una “comunità felice”? Perché persone “informate" ma non anche mentalmente ed emotivamente stabili non sono in grado di superare le difficoltà intrinseche della vita. E dato che la polis è fatta dalle persone, in primis da quelle che la governano, la stessa comunità che ne risulta sarebbe in pericolo. Servono persone “sagge” che sappiano cioè “vedere le cose come sono”, che sappiano individuare così le vere cause del male e del bene e possano evitare le prime e coltivare le seconde. Solo così una polis sopravvive.

Lo ha capito bene L’ultimo Re del Buthan, Jigme Singye Wangchuk, che ha negli anni ‘70 ha sostituito l’indice del Prodotto Nazionale Complessivo (PIL) con quello di Felicità Nazionale Complessiva, divenuta obiettivo della sua linea politica di governo. Lo stesso ideatore del PIL per altro, Kutznets, nel 1934 ne aveva tutti i limiti intrinseci, a partire dal fatto che promuove una crescita senza limiti mentre le risorse della terra sono finite. A partire dalla considerazione che le diverse crisi di cui sopra non solo sono problemi separati ma un malessere generale causato proprio dei modelli politci ed economici più diffusi, il Buthan ha deciso di cambiare prospettiva e di promuovere la diffusione di modelli di comportamento più saggi e, virtuosi e aderenti al VERO funzionamento della realtà: vasto, interconnesso e unitario.

Quando mi accorgo che i miei confini non finiscono con il mio io ma includono tutta la realtà, tutti gli esseri viventi, non posso che provare quel senso di profonda e imperturbabile felicità di cui da millenni fanno esperienza i mistici. Non esiste più solitudine. Non esiste più nulla da prendere “sul personale”. E’ solo dal modo in cui significo gli eventi che dipende il mio stato d’animo.

Inoltre, quando agisco dalla pienezza agisco in modo virtuoso. Naranjo tratta approfonditamente il tema delle virtù morali (tra le quali l’Attenzione, la Quiete, il Distacco, l’Abbandono, l’Amore Empatico, la Devozione) specificando come esse non vadano intese nel senso del nostro moralismo: la virtù è uno stato interiore dal quale procede naturalmente il bene. I peccati, per contro (come Orgoglio, Avarizia, Invidia, Rabbia, etc), secondo gli antichi, era un “errore di prospettiva”, motivazioni che partono non da un senso di pienezza ma di carenza e che quindi ci guidano verso falsi obiettivi. Perché? Si vive come mossi dal desiderio di riempire un vuoto al centro di noi stessi, generato dalla mancanza di amore incondizionato durante l’infanzia, che ci ha invece condizionati – appunto -  a fare molte cose contrarie alla nostra natura nell’illusione di ottenere quell’amore. Dice Naranjo: “viviamo in uno stato di voracità, non di abbondanza. Siamo come poppanti, come larve che mangiano molto in attesa di divenire farfalle.”

 

In conclusione...

Non è forse dunque arrivato il momento di insegnare ai nostri bambini com’è fatta davvero la realtà,

come funziona la mente e come governarla correttamente perché non ci induca in errore,

come significare la propria esperienza in modo da poter “agire bene”, nel rispetto di tutti - e quindi anche di sè - 

di modo che possano uscire dal bozzolo e volare verso la vera libertà e la vera felicità, durasse anche essa soltanto un giorno?

 

Secondo me sì. E non c’è più un solo secondo da perdere. 

 

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