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ARTICOLO In che senso "Arte è Sviluppo"?

 

L’arte è crescita, l’arte è sviluppo. Parole abusate del cui significato ci si interroga sempre meno. In che modo l’arte promuoverebbe crescita e sviluppo? Si intende poi la fruzione o la produzione artistica? E sviluppo di cosa?

 

Nel pensiero comune le arti figurative, il teatro, la poesia e la narrativa, la musica, la danza etc. sono appannaggio di pochi. Di pochi fortunati fautori, gli artisti, personaggi talvolta un po’ bizzarri e dotati di particolari abilità creative; e di pochi fortunati fruitori, generalmente gente con soldi a sufficienza da potersi permettere di spenderli in cose superflue come spettacoli, mostre, opere, etc.

C’è poi chi il disegno, il teatro, la scrittura, la musica, la danza, etc. li coltiva per passione: si ritaglia spazi per queste attività, considerate per lo più ludico-ricreative, senza ambire al professionismo. I bambini, in primis. Loro hanno la fortuna di non essere solo legittimati ma persino incoraggiati! Che gioia per i grandi quando imparano a scarabocchiare e a disegnare, che belli quando si muovono sulla musica o cantano liberamente le loro buffe canzoncine inventate e che soddisfazione quando portano a casa i primi “pensierini” scritti di proprio pugno… Con l’inizio della scuola, però, viene loro insegnato che ci sono però “cose più serie” a cui dedicarsi, prima di “giocare” con colori, suoni e movimenti. Nozioni da imparare, competenze da acquisire, regole da applicare... Nell’ambito dell’educazione formale (scuola) e informale (famiglia) le competenze e gli spazi artistici vengono da questo momento in avanti spesso considerati secondari rispetto a quelli destinati all’apprendimento della matematica, della storia, dell’inglese, e poi da grandi dell’ economia, della politica o della psicologia.

Se investire in arte significa sostenere l’attività di pochi fortunati “creativi” o promuovere la circolazione di prodotti per pochi fortunati “fruitori” non vedo in effetti come si possa pensare che essa generi crescita e sviluppo. Non è dunque strano che i fondi per la cultura siano sempre meno, le ore dedicate all’educazione artistica nei percorsi scolastici sempre più ridotte, e che alcuni politici invitino gli artisti a dedicarsi a “lavori più seri” e produttivi.

Ma se esistessero ragioni effettive per cui valesse la pena di investire tempo e risorse nella produzione e la fruizione artistica? Se queste cose davvero promuovessero lo sviluppo della persona e della sue risorse? E di conseguenza della società, dell’economia, della politica, della cultura di ogni cosa che viene "fatta" dalle persone. Quando ho iniziato a interrogarmi su questo tema ho potuto raccogliere talmente tanto materiale e tanti preziosi contributi di persone che ci avevano riflettuto prima di me, che per un bel po’ non ho saputo da dove cominciare a scrivere. Non ambisco in questo spazio a proporre una disamina articolata di questo argomento, ma semplicemente a stimolare una riflessione. Iniziamo ad approfondire le ragioni per cui dedicarsi ad attività artistiche favorisca lo sviluppo della persona e della società, per poi focalizzarci invece sui vantaggi della fruizione artistica.

 

Perché FARE arte è sviluppo

Nel 1993 l’Organizzazione Mondiale per la Sanità ha identificato un nucleo fondamentale di abilità personali, le Life Skills, che consentono di sviluppare comportamenti flessibili e adattivi utili per affrontare efficacemente le richieste e le sfide della vita quotidiana. Esse possono essere apprese ed allenate a partire dalla prima infanzia. Sono dieci, raggruppabili in tre aree: cognitiva (problem solving, decision making, pensiero critico e creativo), emotiva (consapevolezza di sè, gestione delle emozioni, gestione dello stress) e sociale (empatia, comunicazione efficace, relazioni efficaci). I linguaggi espressivi e le arti sono un mezzo privilegiato per attivare ed esercitare diverse di queste abilità: sfruttando mezzi espressivi alternativi alla parola (il suono, il segno grafico, il movimento, il role-playing) favoriscono l’accesso alle risorse creative della persona e, tramite percorsi strutturati, consentono di sperimentare processi di pensiero alternativi, modalità di relazione più coordinate e sintoniche, percorsi di esplorazione personale fluidi ed immediati. Il loro utilizzo non ha dunque in questa prospettiva lo scopo di conseguire abilità artistiche bensì di costruire abilità di vita attraverso le modalità artistiche Ancora, le arti favoriscono lo sviluppo integrato e coordinato di abilità legate a numerose delle forme di intelligenza individuate da Gardner (2000): l’intelligenza musicale, corporeo-cinestetica, logico-matematica, linguistica, spaziale, inter-personale, intra-personale e naturalistica.

Cominciamo a entrare un po’ più nello specifico.

 

Utilità della creatività nella vita di tutti i giorni

Che le arti favoriscano lo sviluppo del pensiero creativo, penso si possa dare per assodato. Mi limito in questo spazio a riflettere sul perchè questo possa essere utile alle persone. E comincio volentieri col citare Cesa Bianchi e Antonietti nell’introduzione al libro Creatività nella vita e nella scuola (2003): “La creatività è uno spazio di libertà concesso all’uomo (…) è la condizione che consente alla persona di conservare la propria identità, di riconoscere attraverso le proprie espressioni non condizionate dall’ambiente in cui vive”.

Già da solo questo basterebbe, ma l’utilità della creatività non si limita a questo. I problemi della vita reale spesso non contemplano un’unica soluzione né sono risolvibili attraverso l’applicazione di procedimenti logico-razionali. Vengono chiamati “problemi aperti”. Un esempio di problema aperto scottante e attuale sono le odierne questioni politico-economiche che i nostri governanti si trovano a dover gestire. Imparare vedere la situazione da nuove prospettive, a riformulare i propri obiettivi e a scegliere le risorse adeguate da mettere in gioco, è funzionale al superamento di questi ostacoli. Per affrontare questo genere di problemi è necessario non solo possedere adeguate nozioni, conoscenze e informazioni pertinenti alle questioni trattate, applicare regole ed eseguire istruzioni ma anche capacità di collegare idee e risposte in modo originale, di fare analogie e di considerare i fatti da prospettive differenti. Tutte queste sono abilità sottese a quello che Guildford chiamava “pensiero divergente”, ovvero la capacità di generare soluzioni inusuali, originali cercando intuizioni in domini di conoscenza differenti.

Numerose importanti scoperte scientifiche sono state realizzate grazie alla capacità di compiere associazioni tra ambiti apparentemente molto diversi. Il più famoso è l’aneddoto della mela che cadde in testa a Newton, suggerendogli la legge di gravitazione universale. Gutenberg inventò il sistema di stampa a caratteri mobili dopo aver osservato l’azione del torchio sull’uva durante la vendemmia e usò un meccanismo analogo per far sì che i caratteri delle lettere lasciassero una traccia sulla carta.

 

Relazione tra Linguaggi Espressivi e Formati di Pensiero

La capacità di essere consapevoli delle emozioni e dei pensieri che ci attraversano e muovono i nostri comportamenti da una parte, e la capacità di esprimerli e gestirli in maniera efficace sono altre due competenze estremamente importanti per lo sviluppo della persona. Già negli anni ’50 ci si era resi conto del profondo legame che esiste tra linguaggio e pensiero. Da qui nasce l’Ipotesi della relatività linguistica, secondo cui la lingua modella e influisce sul modo in cui le persone percepiscono e comprendono il mondo, in quanto essa fornisce le categorie usate per costruire la comprensione e categorizzazione della nostra esperienza (Whorf, 1956; Smith, 1996; Oezgen e Davies, 2002). Non è un caso se Orwell nel suo celebre libro “1984” descrive l’attività di un gruppo di scienziati incaricati di ridurre progressivamente le parole del vocabolario allo scopo di ridurre e le capacità di pensiero della popolazione. Il senso era: se non ho una parola per indicare quel concetto, non possederò neppure quel concetto. Se si pensa al progressivo impoverimento del linguaggio utilizzato oggi nei programmi televisivi di cui fruiamo massicciamente, l’analogia è quanto meno preoccupante. La ricerca scientifica non sostiene ad ogni modo un’ipotesi tanto forte, ovvero che il linguaggio causi il pensiero, ma è certamente vero che pensiero e linguaggio interagiscono in modo complesso (Heyman e Diesendruck, 2002; Kim, 2002). Fa riflettere ad esempio che i soggetti bilingui dimostrino più flessibilità cognitiva, capacità di problem solinvg e abilità di comprensione di concetti nuovi rispetto a chi parla una sola lingua (Hong, 2000; Sanz, 2000; Heyman e Diesendruck, 2002).

Ora, facciamo un passo avanti. Se ci pensiamo bene il nostro pensiero non è fatto solo di parole: ci rappresentiamo la realtà attraverso diversi “formati di pensiero”, oltre a quello verbale. Ne sono un esempio l’immagine mentale, l’audiation (rievocare mentalmente suoni, rumori e melodie), lo schema corporeo, etc. Ciascuno di essi coinvolge uno o più canali sensoriali specifici attraverso cui abbiamo fatto esperienza della realtà. Come per rappresentarci la realtà esistono diversi formati di pensiero, così per descriverla esistono diversi linguaggi espressivi: la musica, la pittura, la danza, la poesia, etc. A seconda di quello che si vuole comunicare, alcuni sono più efficaci ed immediati di altri. Potenziando l’utilizzo dei diversi sensi (vista, udito, tatto, etc) nell’esplorazione della realtà, aiutiamo noi stessi a costruircene una rappresentazione articolata, complessa e completa; usando diversi linguaggi (disegno, suono, movimento, etc.) per descriverlo, ampliamo invece le nostre possibilità espressive e comunicative. Ma la relazione, come abbiamo visto in precedenza, è biunivoca: di rimando, dunque, quanti più strumenti espressivi abbiamo a disposizione tanto più siamo in grado di interpretare e in maniera articolata la nostra esperienza e i nostri vissuti.

L’umanità si è ancora una volta spesso avvantaggiata delle scoperte in grado di adottare modalità di pensiero diverse dalla parola. Einstein ad esempio ragionava prevalentemente in termini visivi. Arrivò a formulare la teoria della relatività risolvendo un dilemma visivo: sarebbe riuscito a vedere la propria immagine riflessa cavalcando un raggio di luce alla velocità della luce e tenendo di fronte a sé uno specchio? Immaginandosi la soluzione per immagini, concluse di sì e arrivo a postulare la nota teoria secondo cui, appunto, la realtà è relativa alla posizione dell'osservatore. Per Einstein la capacità di immaginazione mentale era essenziale per la ricerca scientifica, persino più della conoscenza e già allora sottolineava come nelle scuole ci fosse troppa poca attenzione allo sviluppo di questa abilità.

 

...to be continued...

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